Pro Loco Rivotorto
Rassegna degli Antichi Sapori
LA BENFINITA
La tradizione della “bbònfinìta” si perde nella storia antica delle nostre campagne. Una storia orale che non ha bisogno di molte parole: « la facevano i nostri vecchi », potrebbe essere la risposta di chiunque vi abbia partecipato da giovane, e tanto ci dovrebbe bastare. Possiamo dire che era l’usanza di festeggiare la fine di un ciclo lavorativo, fosse la vendemmia, la mietitura del grano, la trebbiatura, la raccolta delle olive, o qualsiasi altro lavoro di grande impegno collettivo. Da un punto di vista pratico la Benfinita rappresentava non solo un modo per ringraziare tutti coloro che avevano partecipato al lavoro, ma anche la scusa per stare insieme e rinsaldare amicizie e, soprattutto: per finire gli avanzi di cucina. In un’epoca in cui i frigoriferi non abbondavano, i cibi, salvo quelli a lunga conservazione, andavano consumati velocemente; siccome la parola “buttare” non faceva parte del vocabolario contadino, qualcuno deve aver pensato di inventare la “Benfinita”. Per far capire meglio ai più giovani facciamo qualche passo indietro. È necessario aggiungere che una famiglia contadina, per quanto numerosa, non poteva da sola far fronte a tutti i lavori, così i vicini (i contadini dei poderi della zona) davano una mano. Quando poi era la volta dei vicini ad avere bisogno, qualcuno della famiglia andava a ricambiare il favore. Le prestazioni lavorative, o cambi come venivano chiamati, non erano retribuiti in alcun modo. La famiglia che godeva dei risultati del lavoro si faceva carico, con piacere ed orgoglio, del mangiare (intendendo con ciò anche il bere: due elementi inscindibili nelle nostre campagne). Per fare bella figura si pensava a mettere da parte “la roba da mangiare” da un anno all’altro. Prosciutto, mortadella e vino erano di pertinenza del capoccia (il capofamiglia), mentre alla massaia (di norma la moglie del capoccia) spettava il controllo sugli animali da cortile e tutta l’incombenza della preparazione, della distribuzione, della supervisione ecc. (del catering, come si direbbe oggi). Normalmente, per i lavori estivi che iniziavano al levar del sole (per inciso occorre dire che a quei tempi il sole in campagna si levava molto presto), si iniziava con un caffè d’orzo (tipo caffè lungo alla cow boy), biscotti e vinsanto. Poi era prevista una colazione leggera verso le sei e mezzo/sette, a base di prosciutto, mortadella, ovo sodo, cacio, pomodori e poco più. Un bicchiere di vino, per una pausa, verso le dieci (l’attuale Coffee break). Se magnava n’ boccone, o anche si disinava, o più semplicemente si mangiava, verso mezzogiorno. Le cibarie arrivavano direttamente sul posto di lavoro a mezzo di giovani fanciulle, alle quali era stata ripetuta, per tre giorni e per tre notti, la litania: « si tte casca l’ fiasco del vino te scortico viva!». Il tutto era portato in una o più grandi ceste di vimini ricoperte da tovaglie a quadri, per lo più rossi e blu, e che oggi definiremmo multi-uso. Erano, infatti le stesse tovaglie che si usavano per portare polli e conigli al mercato e per riportare a casa: baccalà, sale e sapone.Tornando allo specifico, la tovaglia veniva utilizzata: per coprire il mangiare da portare al campo, per l’apparecchiatura e, a cose fatte, ripiegata, sopra gli avanzi da riportare a casa. Si mangiava per terra all’ombra di un albero, poi, senza fretta, ma neppure senza aspettare che calasse il sole, si riprendeva il lavoro. La sera dell’ultimo giorno di lavoro, o quella seguente, tutti coloro che vi avevano preso parte attiva, si ritrovavano all’aperto all’interno o in prossimità della tenuta dove si era svolto il lavoro per festeggiare la sua buona riuscita e per dare una mano alla famiglia ospite a finire gli avanzi dei pranzi e delle colazioni dei giorni precedenti»). La motivazione ufficiale era veramente questa, anche se, evidentemente non era vero: a quei tempi non c’era cibo che avanzava, né tanto meno da buttare. Era semplicemente un modo per non far pesare un gesto di riconoscenza fatto con il cuore. Si faceva la benfinita senza il pensiero che tutto quel ben di Dio dovesse essere ripagato con frugalissimi pasti nei giorni successivi. Un’altra caratteristica della benfinita era la partecipazione consapevolmente attiva e paritaria di tutti, dall’inizio alla fine. Quando, al termine della mangiata, il capoccia decretava: «E ora si balla!». Tutti si alzavano e si davano da fare, non solo per creare uno spazio adatto per ballare, ma anche per mettere in ordine, riponendo sedie, tavoli, e tutto quel materiale che normalmente serviva ai lavori del podere e che era stato arrangiato per la grande tavolata. Prima che se ne perda memoria (il rischio è reale ed incombente), credo sia valsa la pena fermare con questa pagina il ricordo di una splendida consuetudine che fù. Ancora oggi come una volta motivazioni diverse si intrecciano dietro all’enorme lavoro necessario per la realizzazione della Rassegna Antichi Sapori: aiuto, amicizia, riconoscenza, complicità. Quindi anche quest’anno invitiamo fin da ora tutti gli amici che rendono possibile questo evento alla tradizionale cena di BENFINITA che si terrà Lunedì 25 Agosto.