Pro Loco Rivotorto
La Banda Musicale di Rivotorto
Una trombetta in cambio di un “brillocco”.
Una trombetta in cambio di un “brillocco”. Una trombetta avuta da un saltimbanco, l’umile giullare di strada che diverte la gente e dona la propria allegria, che resta solo con il suo strumento, in disparte, quando si spengono le luci e tutti sono andati via. Cosa c’è di più importante della realizzazione di un sogno, quando si è giovani? C’è stato un tempo lontano – quando non avevamo troppe pretese e ci accontentavamo di poco – nel quale i sogni della gente umile potevano essere realizzati con un trombetta; un tempo in cui la nobile arte della musica veniva definita figlia primogenita per significare il legame profondo con l’unico linguaggio che è compreso da tutti, qualunque sia l’età, la nazionalità e la classe sociale di appartenenza. Da quel tempo ingiallito, appartenuto ai nostri nonni, provengono le voci schiamazzanti e gioiose di una moltitudine di persone che nella musica popolare, fatta di melodie semplici e improvvisate, riuscirono a trovare lo strumento per dare forza ai propri sentimenti e crescere insieme alla propria comunità.
Sotto un olmo, per gioco.
All’inizio di questa storia per quei giovani rivotortesi d’inizio novecento la “banda” rappresentò la prosecuzione dei loro semplici giochi di bambini. La vita era dura all’epoca e non c’era mica tanto da scherzare, si lavorava sodo nei campi in quei primi anni del secolo breve che non aveva ancora mostrato tutta la sua crudeltà. In quel momento non potevano sapere quanto fosse visionario il loro sogno e l’energia posseduta da quella loro iniziativa che avrebbe coinvolto da lì a seguire generazioni di appassionati. Eppure quel gruppetto di ragazzi imberbi trovò la voglia per organizzare qualcosa di così coinvolgente da avere a che fare direttamente con i sentimenti e le emozioni più vive. Nel concertino c’era qualcosa di magico; era costituito dagli amici di sempre che si adoperavano per produrre suoni timidi e striduli che piano piano si andavano raffinando, proprio come quando uno impara a parlare una lingua straniera e non pronuncia ancora bene le parole. Pensiamo per un attimo a come doveva essere: nel 1908, a Rivotorto, quando non c’erano strade, televisioni, automobili e telefonini, un gruppo di ragazzi capisce che la musica è il pertugio giusto per raccordarsi con l’anima e mettersi in comunicazione con chiunque abbia sensibilità per ascoltare. È molto vicino a qualcosa di miracoloso tutto ciò. Chissà dove l’avevano ascoltata la musica; forse da altre bande durante le festa di paese, sta di fatto che gli si stampò nel cuore e lì rimase impressa per sempre. Non possedevano mezzi, non conoscevano molto di quello che accadeva lontano dalle loro case tanto meno potevano avere una cultura musicale, tuttavia avevano dalla loro parte l’ostinazione di certi giovani e la voglia di incontrarsi. E poco importava il giudizio ironico e scoraggiante dei grandi.
Una storia fatta di simboli
Ogni storia piccola o grande è fatta anche di simboli e in questa davvero non mancano. L’olmo, innanzitutto. È l’albero della nostra terra, la pianta della morigge dei pomeriggi assolati d’estate durante il lavoro nei campi, sotto la cui chioma ci si può ritrovare dopo una giornata faticosa. Il pioppo, un altro albero, dal legno duttile quanto basta ma resistente dal quale poter ricavare i primi strumenti artigianali. Poi la letamaia che d’inverno simboleggia il calore e in primavera diventa prezioso concime per i raccolti. Il vicinato, infine, dove la gente ritrova la famiglia e realizza l’urgenza della comunità, in un tempo in cui la solidarietà tra le persone era ancora una pratica diffusa. Questi furono gli elementi che contraddistinsero l’esperienza di quei giovani che erano soliti ritrovarsi sotto un olmo, accanto ad una letamaia a suonare i loro semplici strumenti di legno, mentre il vicinato li osservava in un misto di curiosità e stranezza.
L’elemento coagulante
Fu la parrocchia l’elemento che li unì rendendo rituale ed organizzata la loro iniziativa, permettendo loro di mettersi in contatto con il mondo esterno. Gli uomini di chiesa - da sempre i più dotti - in quel tempo erano forse più vicini alla gente di quanto lo siano oggi e respiravano con loro, la stessa aria colma di aspirazioni e bisogni. Con piglio sicuro interpretavano al meglio la missione a cui erano stati chiamati tramutando in pensieri e parole scritte, quelle che erano le urgenze della gente di campagna, rendendosi in questo modo partecipi dei problemi e interpretando così il ruolo di intermediari fra la gente umile e il potere autoreferenziale della Città. Scrivevano in un modo magnifico con una prosa così raffinata che oggi, nell’epoca degli sms, possiamo solo sognare; allo stesso tempo riuscivano ad essere efficaci nel presentare le loro istanze e nel punzecchiare l’autorità in modo quasi irriverente. Quel complessino appena nato era per loro un ambito orgoglio del paese e chiedevano al potere un piccolo contributo perché venisse riconosciuto il diritto di sussistere.
La storia entra dentro le case
Le prime esibizioni, il vociare confuso, le risate e le facce piene di soddisfazione, il lavoro alternato al piacere del ritrovarsi tutti quanti intorno ad un interesse comune. Poi l’interruzione brusca e improvvisa, la disperazione e il pianto. Fra quei giovani in tanti partirono per andare a combattere in quella inutile strage che infranse d’un colpo i loro sogni. Per tutti loro, fino alla classe del ’99, veniva decretato che da quel momento sarebbero stati degli adulti. Alcuni non tornarono, gli altri uscirono da quell’esperienza più forti di prima e con la voglia di ricominciare da dove avevano lasciato non più per gioco ma per necessità, perché quando erano lontani avevano patito troppo il distacco dalla loro terra e dalle tradizioni. Da quel momento non avrebbero più smesso di raccontare con la musica le storie e i desideri più intimi e di tramandare la loro passione ai figli.